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12 marzo 2016
Quel sottile male di vivere: Laricerca della nostra entità attraverso la poesia...
Quel sottile male di vivere: La ricerca della nostra entità attraverso la poesia...: La ricerca della nostra entità attraverso la poesia. Premetto che questo è un mio personale punto di vista discutibile o meno, la mia...
La
ricerca della nostra entità attraverso la poesia.
Premetto che questo è un mio personale
punto di vista discutibile o meno, la mia curiosità spesso mi conduce a
esplorare vari settori, dall’arte alla fede religiosa, sono stato cattolico per
scelta di famiglia ma questo penso non incida col fatto che io sia poeta. Negli
anni ho avuto la sensazione che le persone traggano beneficio nel professare
una religione o filosofia di fede per trovare un sollievo o risolvere i
problemi esistenziali. Non critico la scelta delle persone, ma quel che mi
porta a fare alcune considerazioni sulla potenza della parola e di poter dire,
che la poesia è in grado di essere un
valido aiuto senza poter cercare la nostra entità in mistiche figure è che
prima di giungere a tal esperienza si debba tenere in analisi che noi stessi
abbiamo la nostra entità, un’energia che sta dentro di noi e che non sappiamo
quale potenza abbia sin che non proviamo a tastarla.
A volte mi trovo a partecipare in
diverse conferenze religiose o di fede, vedo che le persone sono pervase da uno
stato psichico che li fa sentire sorretti e alleggeriti nell’affidare la
propria entità a un Dio. Personalmente credo nella forza evocatrice della
parola che non ha niente di divino ma che abbia le caratteristiche per entrare
in uno stato benefico, se poniamo
attenzione a ciò che la poesia può trasmettere vediamo che la funzione poetica
scaturisce in noi uno stato di riflessione attraverso l’evocazione d’immagini,
di emozioni e sensazioni sia nel leggere che nel scrivere.
La maggior parte delle persone che oggi
seguono una religione o una filosofia di fede, perlomeno quelle da me
intervistate, sostengono di essere stati scettici nei confronti della
religione, di essersi sentiti vuoti dentro, di aver passato la vita a cercare
di colmare quel vuoto e di aver trovato chi in una o nell’altra religione la
risposta al loro malessere di vivere. Chiedo sempre ai miei interlocutori quale
rapporto hanno con la poesia e la risposta è sempre la stessa: NON MI PIACE LA
POESIA. Ma nessuno sinora ha preso in considerazione che se si crede alla
parola religiosa e ci si affida a questa per trarne beneficio la stessa cosa si
può fare con la poesia, o forse non è parola anche la poesia?
Non voglio dire che non si debba essere
credenti in una fede, ma si può certamente provare beneficio nel saper
apprezzare la poesia come stile di vita, utilizzandola per riscattarsi, per
confrontarsi, per capirsi. Nei miei studi sull’utilizzo della poesia come
coadiuvante nelle situazioni di profonda tristezza, o negli articoli dove
argomento tale teoria, vediamo come per vari aspetti nei secoli la poesia è
stata veicolo di rivoluzioni culturali e sociali, molti poeti hanno messo a
disposizione un patrimonio di conoscenza
per la nostra entità che è pari ai grandi libri di teologia o teocrazia.
La poesia quindi è una forma d’arte che può essere
ascritta a quelle che tutt’oggi sono inserite nell’arte-terapia,
musico-terapia, cromo-terapia … e via dicendo. Si potrebbe dire che la funzione
poetica non è solo una struttura del linguaggio ma un potenziale di
ricostruzione dell’autostima.
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